A detta di molti addetti ai lavori, il 2013 è stata un'ottima annata per la viticoltura pugliese, in particolare nell'arco jonico-salentino: piogge frequenti ma non violente e buona escursione termica in primavera e giornate ininterrottamente calde ed assolate da metà giugno fino a settembre inoltrato. I risultati si iniziano ad apprezzare in questi giorni, con le degustazioni in anteprima che confermano quanto auspicato dai viticoltori e dagli enologi.

Qualcuno dirà: ha senso parlare di annate più o meno favorevoli quando ormai in cantina le pratiche enologiche, la chimica e i tagli, più o meno ammessi dai disciplinari, riescono comunque a salvare raccolti anche devastati dalle avversità atmosferiche? La risposta è sì, se la cantina in questione è piccola, a conduzione familiare e che si affida alla buona sorte, tenendosi costantemente aggiornato sulle condizioni meteorologiche in maniera maniacale: meglio intervenire in cantina per tempo, se possibile.

Una di queste è sicuramente la Cantina Nistri di Faggiano, una realtà che ha solo quattro anni (con alle spalle tre generazioni di vignaioli) ma che ha subito suscitato l'interesse di buyers e wine lovers per l'elevato rapporto qualità/prezzo. Tanto da meritarsi l'inserimento nella prima guida "anticrisi" dedicata ai grandi vini low cost di Luciano Pignataro, giornalista (il Mattino), blogger (www.lucianopignataro.it) ed esperto di vini.

"Il vino deve ritrovare la sua giusta collocazione, ovvero a tavola, dove deve saper accompagnare un buon pasto, senza troppi impegni, e deve essere per tutti, non per pochi", non fa una grinza l'affermazione di Margherita Nistri, la vera conduttrice della cantina di famiglia. I suoi vini rispecchiano appieno la sua indole: semplicità e trasparenza, ma anche dedizione e attaccamento al territorio.

Tutti i vini dell'azienda sono vinificati in purezza; qui si utilizzano lieviti autoctoni (propri dell'uva); si è abbandonato l'uso di diserbanti in vigna; non si fa ricorso alla chimica; non si fa uso del legno per la conservazione. "Le uve che arrivano dalla vigna (distante qualche centinaio di metri) alla cantina devono essere perfettamente sane e integre, le temperature di fermentazione sono controllate scrupolosamente, le follature sono fatte a mano, la pulizia e l'igiene in cantina sono fondamentali, nulla è lasciato al caso", ci tiene a sottolineare Margherita. Appare chiaro che la materia prima faccia davvero la differenza e che sia soggetta all'andamento climatico.

Veniamo agli assaggi della vendemmia 2013, effettuati in cantina la mattina del 25 aprile 2014: la prima bottiglia che stappa Margherita, con malcelato orgoglio, è il "Mezzetto", 100% negroamaro, ("il migliore da quando ho intrapreso l'avventura di produttrice"): i profumi sono di frutta fresca, mirtilli e lamponi su tutti, con note di spezie dolci, mentre al palato si distingue per la sua trama tannica, fitta ma setosa, già godibile ma che a mio avviso, grazie soprattutto alla gradevole nota acida e ad una buona complessità gusto-olfattiva, ha grandi margini di evoluzione che lo proiettano sicuramente ad essere apprezzato negli anni a venire, senza temere confronti con altri vini blasonati. 

La seconda bottiglia ad essere stappata è il "Margò", sempre da negroamaro in purezza ma vinificato in rosa: alla vista si presenta corallo luminoso, al naso mostra un corredo aromatico delicato, floreale, in bocca è pulito, fresco, scorrevole, nonostante la considerevole nota alcolica.

Il primitivo, non ancora imbottigliato ma pronto per esserlo a breve, viene prelevato direttamente dal silo d'acciaio: anche qui il corredo aromatico è caratteristico dell'uva, floreale (violetta) e fruttato (prugna, mora, ribes), così come al gusto il frutto risulta croccante e l'alcol ben integrato, lasciando in bocca una lunga scia di freschezza ed una netta sensazione di pulizia.

I vigneti Nistri, 7 ettari in totale, rientrano sia nella DOC Primitivo di Manduria che in quella Lizzano, dove proprio il negroamaro trova la sua terra d'elezione. Margherita, ritrosa alla burocrazia ("la parte più noiosa del nostro lavoro"), preferisce etichettare i suoi vini da quest'uva come "Salento IGP". I suoi prodotti rientrerebbero a pieno titolo come "Vini Biologici" o "Vini Naturali", ma "le certificazioni costano e quei soldi preferisco spenderli per comprare nuovi macchinari, tanto chi mi conosce, lo sa come faccio il vino", afferma con trasparente fierezza Margherita. Ed io, che la conosco bene, posso solo confermare.

Paolo Bargelloni

Vai all'inizio della pagina