Tutta l'essenza del Friuli, in particolare della Valle dell'Isonzo, nei calici di Pinot Gris e di Sauvignon Blanc di Lis Neris. Si può sintetizzare così la wine experience di venerdì 24 gennaio presso la Tenuta Montefusco di San Giorgio Jonico (TA), fortemente voluta e organizzata dal delegato A.I.S. di Taranto, Domenico Stanzione, invitando il produttore dell'azienda friulana, il dott. Alvaro Pecorari, che ha conosciuto ad un Merano Wine Festival di qualche anno fa e da allora collabora in tanti eventi a tema.

Pecorari ha esordito raccontando la storia della viticoltura nella Valle dell'Isonzo partendo dalla formazione geologica: in epoca terziaria vi era il mare che, ritirandosi ha portato alla luce le rocce sedimentarie; nel quaternario, le glaciazioni e le successive acque di scioglimento dei ghiacciai ne hanno disegnato il profilo attuale. Il terreno è infatti ricco di massa ghiaiosa nel sottosuolo, che favorisce la distribuzione dell’acqua e dell’ossigeno rendendolo molto ospitale per lo sviluppo e l’attività delle radici, mentre in superficie la costante erosione disgregante data dagli agenti atmosferici, piogge abbondanti e venti da nord est, ha dato origine ad uno strato argilloso rossastro ricco di ossidi di ferro e altri minerali.

Pecorari prosegue con note geografiche, evidenziando che il territorio della Valle, varco di confine tra l'Italia e l'Est europeo, posto ai piedi delle Alpi Giulie e a pochi chilometri dal Golfo di Trieste, è allineato intorno al 45° parallelo Nord, quello che idealmente parte dal Caucaso, culla della viticoltura, e che attraversa la Valpolicella, la zona del Barolo fino ad arrivare nei pressi di Bordeaux, tutte zone vocate ai vini di qualità, solitamente rossi; ma qui, fra il confine sloveno a nord e la riva destra dell’Isonzo a sud, il clima è fortemente condizionato dalla bora, il vento forte che arrivano da nord est in grado di creare importanti escursioni termiche; inoltre, i ciottoli superficiali, localmente chiamati claps, incamerano il calore durante il giorno e lo rilasciano durante la notte: tutte condizioni ideali in grado di dare la giusta maturazione alle uve, garantendone la concentrazione aromatica e, soprattutto, l'equilibrato apporto di acidità, ideali per la produzione di vini bianchi. Per questo motivo i 70 ha di vigneto di proprietà dell'azienda Lis Neris, alcuni dei quali ubicati nella vicina Slovenia, la maggior parte è formata da viti a bacca chiara.

Probabilmente furono i Romani a piantare le prime vigne nel Friuli, in quanto venivano dal mare per poi proseguire verso i Balcani attraverso le valli delle Alpi Giulie, ma la storia della viticoltura attuale la si deve agli studi di enologi tedeschi e francesi che, negli anni sessanta/settanta del secolo scorso, hanno piantato vitigni "internazionali" nei luoghi più idonei alla coltivazione della vite. Non a caso il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni dove i vitigni internazionali sono più diffusi e che rientrano di diritto nelle più importanti vini a Denominazione di Origine Controllata/Protetta, al contrario di altre regioni dove costituiscono perlopiù vini ad Indicazione Geografica Tipica.

Il vitigno principe della Lis Neris è il Pinot Gris, che rappresenta quasi il 50% dell'intera produzione, ed è proprio con un vino da pinot grigio che inizia la prima delle due mini verticali. A guidare la degustazione è il sommelier Claudio Sembenini

Il Pinot Grigio 2018 è l'ultimo nato della serie, in quanto il vino rimane in maturazione negli stessi tanks d'acciaio dove è avvenuta la fermentazione, per otto mesi ai quali segue un periodo di affinamento in bottiglia prima di essere commercializzato (estate 2019). La vendemmia 2018 è stata caratterizzata da un'annata calda ma con pochi picchi di calore, mai estremi, conseguendo un'ottimale vinificazione. Pertanto, il vino si presenta al calice cristallino, giallo paglierino con lievi riflessi verdolini; al naso risulta floreale, con note di gelsomino, e abbastanza fruttato, con richiami di pesca gialla e cenni di agrumi, sicuramente pulito, in bocca è netta la corrispondenza aromatica percepita al naso e si evidenziano la freschezza di beva e la pulizia gusto-olfattiva finale che lo rendono estremamente elegante.

Il Pinot Grigio 2017 proviene da un'annata più difficile, con una primavera inizialmente calda seguita da un periodo freddo e da un'estate a fase alternata. Nonostante tutto, il vino, comunque è risultato anch'esso elegante e armonioso come il primo; qui i sentori fruttati sono più netti, nei quali si riconoscono frutti a polpa gialla più dolci, anche esotici; in bocca la freschezza rimane intatta, è abbastanza sapido ed il finale è un po' più lungo.

Il Gris 2008 è un vino che sorprende, se non altro per la remota data vendemmiale, fatto inconsueto per un prodotto da uve a bacca chiara. I vigneti di provenienza sono sempre della zona di San Lorenzo (Gorizia), ma hanno un'età media di oltre 25 anni, dieci in più rispetto a quelli dei vini descritti in precedenza. La vinificazione e l'affinamento avvengono in botti di rovere francese da 500 litri, seguito da un ulteriore affinameto in bottiglia per oltre un anno. Naturalmente, il vino si presenta al calice con colore giallo più carico, con riflessi dorati; al naso i sentori fruttati sono ancora più intensi, soprattutto quelli da frutta esotica ai quali si affiancano quelli di frutta secca, anche tostata, con cenni di vaniglia, sicuramente apportati dal legno; in bocca è pieno, quasi burroso, ma ancora incredibilmente fresco, grazie all'ottima spalla acida e denota una buona trama sapida che lo rende persistente. Tutto questo è reso grazie anche alla buona annata, molto piovosa in primavera, soleggiata e ventilata in estate. Il Gris 2008 è frutto di una scommessa ampiamente vinta, nella quale il produttore ha puntato molto prendendo esempio dai grandi vini bianchi francesi, e vorrebbe esortare i produttori italiani di altre zone vocate ai vini di questa tipologia a percorrere questa strada.

La degustazione della seconda mini verticale, che vede in campo il Sauvignon Blanc, è guidata dal sommelier Michele Antonacci.

Il Sauvignon 2018 mostra subito le caratteristiche tipiche del vitigno, anch'esso coltivato nell'altopiano ghiaioso di San Lorenzo. Alla vista è giallo paglierino, limpido; al naso prevalgono le note floreali di fiori bianchi, freschi, seguite da sentori di frutta a polpa bianca e dai caratteristici aromi vegetali, appena accennati; in bocca gli aromi sono rispondenti, mentre si possono apprezzare la giusta nota sapida e la freschezza, bilanciate dalla importante gradazione alcolica (13,5°). Il Sauvignon 2018 è fermentato in tini d'acciaio, dove sosta per 8 mesi sui depositi e completa l'affinamento per qualche mese in bottiglia.

Il Picol 2017, rispetto al precedente vino, ha subito un maggior affinamento, prima per 11 mesi sui depositi nei tini d'acciaio, questa volta combinati con quelli in legno, per poi essere messo in bottiglia dove sosta altri 12 mesi prima della commercializzazione. Al calice si presenta giallo paglierino con lievi riflessi dorati; al naso i sentori vegetali si fanno più importanti, in particolare la classica foglia di pomodoro, ma il fruttato è ancora presente, soprattutto di frutta esotica, e poi  di agrumi, seguiti da quelli di frutta secca, come arachidi, e dai sentori tostati, come il mallo di noce; al palato è balsamico, avvolgente, di grande personalità.

Il Picol 2011 proviene da un'annata caratterizzata da un'estate molto calda che ha accelerato i processi di maturazione delle uve, dandone una maggiore struttura. I descrittori aromatici si sentono ancora più intensi, specialmente nella gamma dei vegetali, delle tostature e delle spezie dolci, mentre la ricca spalla acida riesce a bilanciare la complessa struttura, risultando nel finale molto persistente. Anche in questo caso si può parlare di un uva, il sauvignon blanc, capace di superare il decennio rimanendo godibile alla beva, se ben lavorato.

I tratti comuni dei vini degustati sono rappresentati dalla luminosità, dalla mineralità, dall'armonia e dalla finezza, evidentemente grazie ad un'attenta ricerca delle uve più sane nei rispettivi territori, raccolte alla giusta maturazione, e dalle maniacali pratiche enologiche, con continui controlli in cantina.

La serata è proseguita con una degustazione a sorpresa: i sommelier hanno riempito i calici con due vini da uve chardonnay ed agli avventori è stato chiesto di capire le differenze. Alla fine l'arcano è stato svelato: due territori e due stili completamente diversi.

Nel primo bicchiere c'era il Pietrabianca 2012 Castel del Monte DOC dell'azienda pugliese Tormaresca, tenuta Bocca di Lupo, dove le uve chardonnay sono vinificate in serbatoi di acciaio ed il vino viene poi travasato in barriques nuove di rovere per la fermentazione e l'affinamento sulle fecce fini; in questo vino si sono apprezzati il fruttato dolce al naso e la freschezza e l'immediatezza della beva, grazie anche alla percentuale di fiano (10%), che viene vinificato e maturato in contenitori inox.

Nell'altro bicchiere è stato versato il Jurosa 2011 di Lis Neris, uno chardonnay in purezza che prevede una maturazione di 11 mesi nelle stesse botti di rovere dove avviene la fermentazione ed un successivo lungo affinamento in bottiglia; il vino ne risulta più complesso al naso, dove si riconoscono anche le note di frutta secca tostata, vellutato ed avvolgente al palato.

La riuscitissima serata è terminata con l'assaggio di salumi e di formaggi offerti dalla Masseria Amodio di Mottola e di un risotto allo zafferano mantecato con formaggio della stessa azienda, preparato dallo chef della Tenuta Montefusco.

Un plauso è dovuto all'impeccabile servizio dei sommelier della delegazione di Taranto, capitanati da Sebastiano Vinci.

Paolo Bargelloni

*Foto tratte dalla pagina Facebook di Sommelier Ais Taranto 

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