Moria delle cozze nel mar Piccolo e schiusa delle uova di tartaruga nella Marina di Lizzano. Queste due notizie hanno tenuto banco negli ultimi giorni di agosto nella provincia di Taranto, suscitando emozioni diametralmente opposte.

Partiamo dalla bella notizia. Un nido di tartarughe “Caretta Caretta” era stato scoperto il 2 luglio su una spiaggia del Comune di Lizzano, nei pressi di Lido Bagnara, da una signora, tale Anna Maria Saracino, la quale rinvenendo delle tracce sulla sabbia, non ha esitato a segnalarle alla Capitaneria di Porto di Taranto. Da qui, l'allerta al Centro Recupero Tartarughe Marine dell’Oasi Wwf Policoro Herakleia con a capo Antonio Colucci, responsabile del gruppo di lavoro "Progetto Tartarughe" e la dottoressa Erika Ottone, medico veterinario, responsabile delle attività sanitarie del progetto. Questi hanno seguito l'intera vicenda, delimitando dapprima la zona interessata con nastri e paletti, poi realizzando un presidio fisso con messa in sicurezza dell'area interessata, con la collaborazione della Polizia Municipale, la Protezione Civile ed il supporto della giunta comunale di Lizzano, ed infine costruendo una sorta di corridoio verso il mare. La schiusa delle prime uova, ben 32, avverrà all'alba del 27 agosto, tra l'emozione e lo stupore di quella quindicina di persone tra volontari del WWF, dell'associazione Attiva Lizzano, di GreenRope di Bari e qualche curioso rimasto lì tutta la notte ad attendere il lieto evento.

L'Oasi WWF Herakleia della Riserva regionale Bosco Pantano di Policoro, che si trova a circa 70 km da Taranto, tra l'altro si occupa della cura e rimessa in libertà di animali esotici. Oltre alle tartarughe marine, sono ricoverati pojane, gheppi, iguane, testuggini e persino cavalli recuperati dalle corse e dai circhi. Ho avuto il piacere di far visita a questa struttura, potendo apprezzare l'entusiasmo e l'impegno dei ragazzi volontari, il loro senso di rispetto e salvaguardia della natura. Al termine di un filmato che spiegava cosa fare per tutelare le uova di tartaruga fino alla schiusa e la messa a mare dei neonati, un avventore chiedeva se fosse giusto l'intervento dell'uomo, anziché lasciare che la natura faccia da solo il suo corso. La risposta di una volontaria non si è fatta attendere. "Se siamo arrivati a questo, ovvero se le tartarughe hanno rischiato l'estinzione, la colpa è proprio delle attività dell'uomo: le uova vengono spesso, anche involontariamente, schiacciate dai bagnanti; le piccole tartarughe, che per arrivare al mare si orientano con la luce della Luna, vengono depistate dai lampioni stradali e da insegne di locali notturni; su 100 tartarughe che nascono, tre o quattro arrivano in età riproduttiva (25 anni), in quanto la maggior parte di esse viene impigliata nelle reti o infilzata dagli ami dei pescherecci; altre vengono tranciate dalle eliche delle navi; molte muoiono soffocate in quanto inghiottiscono buste di plastica scambiate per meduse, delle quali sono ghiotte". Ecco perché assistere alla nascita di questi rettili di origine preistorica è un'emozione immensa.

Passiamo alla cattiva notizia. La moria delle cozze del Mar Piccolo dovuta all'eccessivo caldo di questa torrida estate ha colpito un settore molto importante dell'economia tarantina, ma sembra che la questione stia passando in sordina, o almeno, non sta avendo una risonanza che meriterebbe a livello nazionale, come se per i politici Taranto debba essere solo la città dell'acciaio.

Taranto è stata per millenni la maggior produttrice di cozze e ostriche al mondo con i suoi immensi giardini in Mar Piccolo e Mar Grande. I due mari rappresentano l'habitat ideale per questi molluschi, in quanto vi sorgono i "citri", sorgenti sottomarine di acqua dolce che garantiscono la continua ossigenazione degli specchi d'acqua. Le vicissitudini degli ultimi anni hanno ridotto drasticamente l'attività di mitilicoltura, da una parte a causa proprio dell'inquinamento provocato dall'acciaieria, che ha fatto trasferire le cozze di un seno del Mar Piccolo verso il Mar Grande, e soprattutto, ha dato la nomea di "cozze alla diossina" con una grave ricaduta per la loro vendita, dall'altra parte per l'eccessivo innalzamento della temperatura delle acque che ha provocato la morte dei "semi" per la riproduzione.

A dispetto di tutto, la cozza tarantina rimane la migliore al mondo e i controlli effettuati frequentemente ne garantiscono la qualità e la sicurezza. La cozza rappresenta la città di Taranto nel mondo, per questo sarebbe il vero brand da tutelare, altro che decreto salva-Ilva. "Ma come spesso accade, e questo è davvero un paradosso, la città (politici, amministratori e rappresentanti governativi) sfodera - nell’ignoranza delle cose - il suo motto più abusato: «ce m’ n futt a mè»" è lo sfogo di Maristella Massari, giornalista de "La Gazzetta del Mezzogiorno", che si fa promotrice di una petizione, insieme con i gruppi Facebook "Se ti piace Taranto" e "Taranto fuori dal web" a sostegno ai mitilcoltori tarantini (leggi qui).

L'illusione del lavoro sicuro prima, il ricatto subìto di perderlo poi, fanno sì che i tarantini si "accontentino" di ciò che hanno, ignorando o facendo finta di ignorare che una riconversione economica sia possibile e, soprattutto, di sapere quello che si è perso. Taranto è una città con quasi tre mila anni di storia, che ha visto il passaggio di diverse civiltà, dalla Magna Grecia alla Roma antica, dai Messapi ai Peuceti, dai Bizantini ai Saraceni, dai Normanni agli Aragonesi, ecc. Ancora oggi è possibile ammirare reperti archeologici di ogni età, ma poco si è fatto per la loro valorizzazione. In altri contesti, gli imprenditori hanno salvaguardato il territorio con iniziative culturali, avendo anche un proprio ritorno economico e di immagine. Qui, non solo non si è mai fatto nulla di interessante, addirittura si snobba il più ricco Museo Archeologico della Magna Greca, si tiene sotterrato un Anfiteatro, si sono abbattute ville romane per far posto all'area industriale e ad altri edifici.

Il mare, grande risorsa, per gli industriali viene sfruttato come via di trasporto per i minerali e il petrolio, come discarica di liquami oleosi e come acqua di raffreddamento degli impianti, infischiandosene altamente di inquinarlo, e quindi, di fatto, delle altre attività esistenti quali pesca, mitilicoltura e turismo.

Per fortuna, a difesa del mare e dell'ambiente e per il rilancio della città e del territorio circostante, ci sono associazioni, spesso rette da volontari. Tra queste "Made in Taranto" che, come si legge dal sito istituzionale, è un progetto di Rete tra professionisti, artigiani, commercianti e imprese che intendono lavorare in direzione della rinascita culturale, sociale ed economica del territorio tarantino;  il progetto nasce con lo scopo di valorizzare e rilanciare i valori di lealtà, qualità, affidabilità e amore per il proprio territorio da parte di imprenditori e professionisti impegnati nella creazione di nuove opportunità di lavoro e di sviluppo economico e sociale. Made in Taranto è anche promotrice di eventi come "Eco day", un progetto di comunicazione didattica, legato a tematiche ambientali, ecologiche e sportive, attraverso uno degli assiomi più antichi nella nostra cultura: mens sana in corpore sano.

Made in Taranto crede nella rinascita dal mare, puntando su uno dei borghi di pescatori più affascinanti d'Italia: con l'ittiturismo questi borghi sono diventati un'opportunità in tutta l'Europa. L'ittiturismo integra l’attività dei pescatori con una serie di servizi a terra; le antiche case dei pescatori vengono trasformate in punti di ristoro, musei del mare, ristorantini e centri di scambio culturale e ricreativo; in tal modo si valorizzano tutti gli aspetti socio-economico-culturali legati al mondo dei pescatori (leggi qui). 

Peccato che il mondo politico, da quello centrale a quello regionale, e le istituzioni locali anziché appoggiare appieno queste iniziative con dei seri finanziamenti, sprechino ancora tempo nel tentativo di risanare l'industria pesante, troncando sul nascere ogni tentativo di riconversione, come se un'altra economia non fosse possibile, e inculcando nella gente la paura del cambiamento. Così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare... Come è profondo il mare.

Paolo Bargelloni, 3 settembre 2015

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