L’anno scorso, di questi tempi, la Taranto enoica era in... fermento, non solo perché il mosto stava per diventare vino, ma perché la prima DOCG pugliese stava per diventare una realtà: la Commissione della Camera di Commercio si era riunita per avviare le procedure per l’assegnazione di questo riconoscimento al Primitivo di Manduria Dolce Naturale. Denominazione di Origine Controllata e Garantita che sarà ufficialmente riconosciuta con Decreto Ministeriale il 23 febbraio 2011.

La notizia, se da un lato mi aveva entusiasmato, dall’altro mi aveva destato qualche perplessità. Francamente, al sistema delle denominazioni non credo più, in quanto ce ne sono troppe e per ottenerle sembra che basti fare domanda: una DOC non si nega più a nessuno. Detto questo, quello che non capisco è perché la DOCG sia stata assegnata solo alla versione del vino primitivo con il residuo zuccherino più alto. La scelta del Dolce Naturale è stata solo una scelta politica, commerciale o accomodataria?

Non voglio dire che questa versione non abbia le caratteristiche per essere tutelata, anzi. Ottimo vino da meditazione o per accompagnare l’alta pasticceria, il Primitivo di Manduria Dolce Naturale, ottenuto da appassimento su pianta, ha nella sua unicità sicuramente una peculiarità che può suscitare grande interesse e che va salvaguardata.

Se però il Primitivo di Manduria sta riscontrando grande successo di critica e di vendita, non solo in campo nazionale, è grazie ai produttori che hanno immesso nel mercato soprattutto vini più eleganti, meno sciropposi, seppur sempre strutturati, morbidi e corposi, peculiarità proprie del vino ottenuto da questo vitigno. Quei vini rispondono al nome di “La Signora” di Morella, “Sessant’anni” dei Feudi di San Marzano, “Elegia” del Consorzio Produttori Vini, "Felline" dell'Accademia dei Racemi e soprattutto “ES” di Gianfranco Fino. Tutti questi vini da primitivo, premiati da concorsi e guide enoiche, apprezzati da esperti e da appassionati, hanno in comune che sono prodotti nella versione “secca”. 

In questi giorni leggo con vivo compiacimento e malcelato orgoglio, dato il senso di appartenenza al quale non mi sottraggo, che l’ES 2009 di Gianfranco Fino viene classificato tra i primi quattro vini d’Italia, secondo un calcolo dato dalla somma dei “bicchieri”, delle “stelle”, dei “grappoli” e simboli vari assegnati dalle edizioni 2012 delle più importanti guide nazionali del settore. Leggerò in seguito che addirittura condividerà il primato soltanto con il mitico "Sassicaia". Una grande soddisfazione per i coniugi Fino, già abituati a ricevere riconoscimenti e premi, pur avendo iniziato l’attività soltanto da pochi anni, rispetto alle altre storiche e blasonate aziende classificate.

Ad ogni successo decretato, però, consegue quasi sempre una polemica. Va bene chi dice "a me quel vino non piace", in quanto ognuno risponde ad un proprio gusto personale che è imprescindibile, anche se chi lo dice è un grande giornalista dalla penna graffiante ma corretta, che scrive su un seguitissimo blog. Contestabile è quando lo stesso giornalista sostiene che il criterio di classificazione non avrebbe senso in quanto mette un outsider al cospetto di vini storici. "Che ci azzecca?" Se guardiamo alla storia, è grazie agli esperimenti fatti alla fine dell’800, guardando alla vicina Francia, che sono nati i grandi vini che il mondo ci invidia, quali Barolo e Barbaresco; solo successivamente arriveranno il Brunello di Montalcino e i “Supertuscan”. La stessa Franciacorta è una pura imitazione dello Champagne, eppure la sua qualità non ha nulla a che invidiare a quella dei cugini d’Oltralpe. Per non parlare del Sassicaia: non è altro che un blend tipicamente bordolese, che deve il suo successo dagli anni 60 del secolo scorso quando ad un concorso internazionale con degustazione alla cieca l'ha visto primeggiare sugli altri vini dello stesso tipo. Altro che storie: la viticoltura in Italia nasce più di duemila anni fa dal Sud, da quella terra che gli antichi Greci chiamavano Enotria, terra del vino. Ma non facciamo come quel presidente di consorzio di una DOC che vantava il suo vino perché era il preferito da Giulio Cesare: chi lo berrebbe oggi quello sciroppo che i romani ingurgitavano duemila anni fa?

Quanto al Primitivo di Manduria, la sua storia, che nasce quando il vitigno da Gioia del Colle scese in riva allo Jonio nello stesso periodo che il nebbiolo scese dal Novarese alle Langhe, è stata per troppi anni segnata da alti e bassi, più che altro, fino al recente passato per mancanza di soldi, di cultura enologica, di approccio al marketing, di giusta mentalità imprenditoriale, un po’ come è sempre successo in quasi tutti gli altri settori nel Mezzogiorno d’Italia.

Ma ora che il Primitivo sta ottenendo il successo che merita, finalmente prodotto da una nuova generazione che fa della qualità una filosofia di vita, oltre che aziendale, perché non dare il giusto risalto? Invidia, paura che tolga fette di mercato ad altisonanti nomi del mondo enologico? O perché a molti conveniva che i viticoltori jonici continuassero ad accontentarsi di rimanere conferitori di uva e mosti per dare colore e potenza ai blasonati vini del Nord?

La nuova generazione non ha soltanto il nome di Gianfranco Fino, esistono altre nuove realtà fatte di giovani scalpitanti che meriterebbero altrettante soddisfazioni con il loro vini da primitivo e non solo, quali l’Azienda Pesare di Sava, la Tenuta Giustini di Pulsano e la Cantina Nistri di Faggiano. Al dott. Fino e consorte auguro di continuare così: andate al massimo, andate a gonfie vele e non vi curate di quel tale, quel tale che scrive sul portale...

Paolo Bargelloni, 22 ottobre 2011

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